martedì 21 marzo 2017

C'era una volta a Palermo... il Laboratorio Zeta


16 anni fa, 21 Marzo a Palermo, il Laboratorio Zeta veniva occupato, dando inizio a un cammino politico e culturale che, con tutte le sue fisiologiche imperfezioni, è contato molto e tuttora ha un valore storico importante per chi ha vissuto quegli anni. Appena sette anni fa, lo Zetalab (altro nome con cui l'esperienza sarebbe diventata nota in città) veniva fatto sgombrare con la forza, ma di lì a poco era nuovamente occupato e in attività. Non prima di una consistente manifestazione di solidarietà. Per le vicende successive che portarono alla conclusione del percorso, rimando alla dettagliata intervista a Salvatore Cavaleri a cura del Centro Zabut. Condivido con piacere questo video dove rivedo tante facce... com'erano. Era lo stesso anno del primo Pride a Palermo, l'anno in cui Altroquando (quello vero!), quando ancora era una fumetteria, rischiò la chiusura e in tanti si adoperarono per salvare l'attività. Sette anni non sono pochi. Ma non rimpiango nessuna scelta. Fare rete cittadina, allora, era forse più facile. In un periodo in cui i social erano nati da poco, ma in cui la volontà (non sempre praticabile) di inclusione vinceva su tutto. Sono ricordi come questo che, oggi, con tutte le amarezze del presente, le delusioni, i fallimenti, mi ricordano il retaggio che mi tiene in piedi. Perché la funzione delle utopie non è essere raggiunte, ma essere eternamente inseguite, corteggiate, amate.
«Non smettere mai di cercarmi...»
I REC U [film di Federico Sfascia]

domenica 19 marzo 2017

Bernie Wrightson 1948 - 2017



Peccato.

Spesso è la prima parola che mi viene in mente quando un artista che ha detto tanto e che ancora avrebbe molto da dire, scompare. Peccato. Una via di mezzo tra la delusione e il dolore che esprime la sensazione di una perdita intellettuale oltre che fisica. La perdita per qualcosa che rappresentava una ricchezza.

Be', per Bernie Wrightson è davvero il caso di spenderlo quel "peccato".

Wrightson è stato, insieme a Lein Wein, uno dei genitori di Swamp Thing, la Cosa della Palude che, dopo la serie originale di 22 numeri e un intervallo, sarebbe passata nelle mani di Alan Moore, piantando uno dei semi da cui sarebbe sbocciata la divisione Vertigo della DC Comics. Ma Bernie Wrightson è andato oltre Swampy, sia pure legando il suo nome e le sue matite all'oscurità, al mondo del gotico, dell'orrore e delle atmosfere spaventose. Un artista capace di prendere l'orrore, il brutto, il minaccioso, e renderlo esteticamente piacevole agli occhi, bello e plastico, senza perdere l'aura di malsana tenebra che era chiamato a rappresentare.


Non a caso, nell'operazione di beneficenza messa in atto dalla Marvel nel 1985, X-Men: Heroes for Hope, fumetto one shot i cui proventi furono devoluti in aiuto delle popolazioni affamate dell'Africa, e che vide il contributo grafico e testuale di molti diversi disegnatori e scrittori, Wrightson intrecciò la sua matita con la penna di Stephen King (entrambi al lavoro sul segmento dedicato a Kitty Pryde), evocando atmosfere da cinema horror. Wrightson, per il mondo del fumetto, ERA l'horror. Quello più classico e romantico, fatto di magioni buie e animali striscianti. Il suo lavoro di illustratore sul Frankenstein di Mary Shelley resterà nella a lungo nella memoria dei lettori, vivido e iconografico come in poche occasioni.


Suo ultimo lavoro rimane Frankenstein Alive, Alive!, seguito ideale, su testi di Steve Niles, delle vicende della creatura, partendo da dove l'abbiamo lasciata alla fine del romanzo di Mary Shelley. Un lavoro lento, certosino, meraviglioso.

Ripeto: un peccato.
E un altro maestro che entra nella storia del fumetto per non uscirne mai più.



venerdì 17 marzo 2017

Movida, ancora Movida, sempre Movida...


Dopo aver vissuto per 15 anni in Vucciria, assistendo al sorgere, alla crescita, e al caglio della Movida palermitana, resto di sasso nel leggere i commenti agli articoli che periodicamente sono a questi dedicata. Non sempre si tratta del quartiere suddetto, ma l'argomento è il medesimo. Residenti ridotti a ostaggi di un baccanale che di anno in anno è andato sempre più fuori controllo. Perché in realtà parliamo di rave nel cuore della città e non della vera movida (che sarebbe itinerante) di origine spagnola. I problemi (seri) sono sempre quelli: il frastuono che toglie il sonno ai residenti, le risse, gli androni trasformati in latrine, il vandalismo (quante notti di assedio, ricordo) il sesso consumato a cielo aperto (personalmente, la cosa che mi darebbe meno fastidio, se non fosse che a innescarlo c'è molto altro), e illegalità crescente fino a sconfinare in scippi, rapine e pericolo per l'incolumità. In questi giorni emerge il problema dell'Olivella, in cui un comitato di residenti e commercianti si è visto costretto a ricorrere a un'azienda di vigilanza privata. Misura, tra l'altro, buona appena come deterrente, e del tutto inutile. Naturali (e anche corretti) gli attacchi al sindaco in carica (e in campagna elettorale), se non fosse che questo problema cittadino dura ormai da decenni, e sia stato tramandato da diverse amministrazioni comunali che oggi condividono la responsabilità della sua forma cronica.

Quello che mi gela, sono i commenti (immancabili). Commenti cui è impossibile rispondere. Commenti di individui con cui è impossibile il dialogo. Commenti che suonano "Non è affatto vero quel che dite, non è vero quel che è scritto...". Negazione pura e semplice, senza troppa fatica. Seguono inviti a godersi la città e ad apprezzarne la bellezza e l'allegria. Da un lato un serissimo problema di degrado, in cui è forte la cultura mafiosa dell'illegalità. Dall'altro l'accettazione passiva di un degrado che evidentemente è percepito come ricreativo.

Vedere questo mi confonde ancor di più dell'orrore urbano prodotto dall'assenza di regole. Mi fa capire che gli alieni esistono. Lo siamo l'uno per l'altro. E non dobbiamo neppure sforzarci di andare su un altro pianeta per fare incontri ravvicinati.

giovedì 16 marzo 2017

Rocket Balloon - Episodio 6: Questione d'Image...


Dopo un'assenza dovuta a fattori di forza maggiore, ecco tornare Rocket Balloon con la sua sesta puntata della prima stagione. Già andata in onda su Runtimeradio.it  e ora disponibile in formato podcast su Spreaker. Gli argomenti sono densi: l'avventura della Image, dall'esodo di alcuni artisti Marvel e delle anatomie impossibili di Rob Liefeld, all'invasione dei Morti che Camminano passando per Invincible. Si bighellona un po' tra fumetto, cinema e TV, parlando anche di Lego Batman, Legion e naturalmente... Logan. Finalmente dialoghiamo con chi ci ha scritto, e si discute anche de L'attacco dei giganti e delle opere controverse di Miguel Angel Martin. Insomma, una puntata di ritorno abbastanza cicciosa.
Ricordo a tutti che potete scriverci, porci domande e fornire spunti scrivendo una mail all'indirizzo: rocketballoonruntime@gmail.com. 
Difendete sempre i vostri sogni e restate con noi. Perché c'è sempre un Altroquando.


lunedì 6 marzo 2017

Di Rumors, di Cinema, di Spoiler e i grandi problemi esistenziali


Il regista James Mangold (a proposito di "Logan - the Wolverine", attualmente nelle sale) si lascia andare a uno sfogo sul trend contemporaneo dei rumors e del gossip che tende oggi a circondare la lavorazione di ogni film, anticipando, svelando, e sottraendo di conseguenza parte della magia dell'attesa. "Siamo costretti a girare blindati" afferma "e di questo la lavorazione dei film non può che risentire". Inoltre, in riferimento ai frequenti spoiler (divenuti una pratica diffusissima sui social), afferma che è come se qualcuno svelasse i trucchi di uno spettacolo di illusionismo, anticipandone le sorprese e vanificando ogni innovazione e sforzo performativo.
Più o meno questo.
Può sempre saltare fuori qualcuno a dire: "Seeee, gli spoiler per un film. I GRANDI PROBLEMI DELLA VITA!"
Be', sicuramente tutti abbiamo problemi nella vita, e altrettanto certamente gli spoiler non sono al primo posto. Tuttavia per qualcuno, l'intrattenimento è un bastone cui appoggiarsi, un momento di tregua, e gli spoiler gli cacano tanto il cazzo.
Ma soprattutto, caro grillo parlante della Domenica, mi piacerebbe che qualcuno scoprisse i tuoi punti deboli, le cose che ti piacciono, che ti rasserenano, ti svagano (uno sport, la musica, il modellismo, la pornografia) e trovasse il modo di infastidirti, di guastare quella tua piccola gioia. Così che quando ti imbroncerai, possa guardarti dall'alto della sua presunta superiorità con un sopracciglio alzato e dirti con tono supponente: "I GRANDI PROBLEMI DELLA VITA! BAH!"

Fonte: BadTaste.it: Lo sfogo del regista James Mangold

sabato 25 febbraio 2017

Telepatia contemporanea, buonismo e rom...


Diario del Capitano, data bestiale 25.02.2017


Il video delle due donne rom rinchiuse nel gabbiotto dei rifiuti da tre impiegati della Lidl dovrebbe commentarsi da sé.

Dovrebbe.

Sarà compito della legge perseguire chi ha commesso reato, come sarà compito dell'azienda per cui costoro lavorano decidere quale sia la posizione più opportuna da mantenere (notare, ho scritto “mantenere” e non prendere). Le minacce di boicottaggio nei confronti della ditta qualora i tre protagonisti dell'orrenda bravata fossero licenziati, infatti, non sono tardate. E' chiaro ormai a tutti. Per un numero vastissimo di italiani, i tre hanno agito bene. Sono innocenti, anzi da premiare. Qualcuno dia un oscar a questi signori per aver deliziato l'immensa platea italiana generando un consenso di pubblico che nemmeno il “Salò” di Pier Paolo Pasolini.

Ritorno con il pensiero a quando mi interrogavo (cosa che faccio tuttora) sulla mia personale scintilla di intolleranza, qualcosa che rimane acceso dentro di me, facendomi porre continue domande, e che ho sviscerato in capitoli passati del mio diario on line.

Torno anche a una metafora cui penso spesso. E cioè che i social network hanno praticamente reso realtà uno dei superpoteri più affascinanti e scomodi dell'immaginario collettivo: la telepatia, la capacità di leggere i pensieri altrui. Parliamo della telepatia ad ampio spettro, quella incontrollabile, che ti fa percepire senza filtri tutta la sgradevolezza del mondo intorno a te. Perché se i social generano dipendenza, l'orrido ti induce a contemplarlo. L'uomo è una bestia, reagisce a stimoli preordinati come un cane di Pavlov. E lì partono altre domande.

Domande inutili, eh! Come: comprendo il successo dei social, ma i commenti dei lettori su ogni sito di giornalismo elettronico quale funzione dovrebbero avere? Fornire il polso dell'opinione pubblica? Non credo, si dibatte già abbastanza sull'affidabilità delle metodologie statistiche. Facilitare l'interazione con la testata? Difficile. Sono sempre esistite le lettere al direttore, le possibilità di comunicare privatamente non mancherebbero. Creare un'area di discussione? Come no! Sentivamo la mancanza di trasmissioni come “Aboccaperta”, dove a fare spettacolo era una rissa che non poteva fisiologicamente arrivare a nessuna conclusione costruttiva.
Perciò? Che cosa sono quei commenti sotto ogni articolo pubblicato on line, che utilità hanno? Cori da stadio? Il rumore del pubblico intorno a un'arena in cui i gladiatori si sventrano? L'automatica necessità di aggiornarsi, pettinando il trend tecnologico delle masse che ormai prevede di dare diritto di parola a chiunque e su qualunque tema, anche se stiamo parlando di fissione nucleare?

Sarebbe questa la democrazia diretta?

E l'abuso della parola “buonismo”? Ne vogliamo parlare?

“Buonismo”. Se cerchiamo la definizione di questa odiosa parola (e sì, perché è un insulto, e non si discute), troviamo: Ostentazione di buoni sentimenti, di tolleranza e benevolenza verso gli avversarî, o nei riguardi di un avversario, spec. da parte di un uomo politico; è termine di recente introduzione ma di larga diffusione nel linguaggio giornalistico, per lo più con riferimento a determinati personaggi della vita politica. (Treccani)

Quindi nella parola "buonismo" è contenuta in sostanza un'accusa di ipocrisia. Del resto, la condotta pubblica di un politico è un percorso che può essere monitorato.

In realtà, oggi, il popolo della rete, sputa (letteralmente) questo termine addosso a chiunque trovi incivile e sbagliato un determinato comportamento. Ogni volta che (ri)leggo questa parola, non posso fare a meno di chiedermi: quale sarebbe il suo contrario? Cattivismo? Pragmatismo? Giustizia? Eroismo? Franchezza?

Ho abbastanza anni sul groppone per sapere che molti adolescenti attraversano una fase psicologica che io chiamo “caterpillar”. Avviene in genere tra i diciassette e i vent'anni (in qualche caso si trascina con esiti perniciosi, e può diventare cronica) e consiste nella convinzione di essere nobili d'animo per il semplice fatto di dire sempre a tutti, senza sovrastrutture, quel che si pensa. La propria verità (che è sempre percepita come assoluta), confondendo il concetto di franchezza con quello di maleducazione (non sempre dire tutto quello che si pensa senza alcun ausilio diplomatico è cosa buona e giusta).
Sono piccoli, ma crescono. E la fase passa...

O non passa più... nell'era dei social? Un congruo numero di like è sufficiente a far sentire nel giusto chiunque. Qualunque stronzata diventa Vangelo con un bel po' di pollici in su. I petti si gonfiano e le idee (confuse) si radicano sempre di più.

Buonisti. Questo è chi pensa che quell'azione fosse violenta, espressione di una pulsione sadica prima ancora che razzista, e in ogni caso un reato. Anche un poliziotto che spara a un ladro disarmato e con le spalle al muro commette un crimine. Non importa se il ladro ha le tasche piene, il poliziotto andrà punito secondo la legge.

Anche questo paradigma appena riassunto potrebbe scatenare tifoserie contrarie. Mi chiedo quale delle due fazioni farebbe più incetta di “buonista” scatarrati lì, tanto per gradire.

Poi incontri, tra i commenti, il razzista che ha per avatar l'icona di Che Guevara. E lì inizia (si fa per dire) il vero divertimento. Il cortocircuito massimo. Qualcuno gli fa notare che dovrebbe cambiare avatar. Un altro fa notare che il Che era un assassino, che fucilava gli omosessuali, eccetera, eccetera.

Ha senso (cioè, ne vale la pena?) discutere sul concetto di icone? Sul fatto che la mitizzazione di personaggi storici è comunque da prendere con le molle, e che dietro ai movimenti politici e alle scelte giuste e sbagliate ci sono comunque esseri umani, fatti di carne, sangue e merda. Che i simboli possono fare il loro tempo. Ma anche sganciarsi dalla complessità, a volte contraddittoria, di chi li ha ispirati per diventare altro. Che ormai sono poco più di uno pretesto per accapigliarsi ulteriormente?

E la parola “comunista”? Usata come aggravante di “buonista”, cui ormai raramente si vede rispondere di rimando: “fascista”?

Difficile trovare un senso in tutto questo caos. E' una conseguenza di questa moderna telepatia collettiva. Tutti conosciamo i pensieri di tutti. Quelli più superficiali, certo, ma proprio per questo più dannosi. E siamo tutti sulla stessa barca, tutti parte dello stesso telefono senza fili. Possiamo spendere una parola gentile, ispirare simpatia. Un attimo dopo tirare fuori una porcata immonda, o una ciclopica stupidaggine e far fuggire chi aveva pensato di avvicinarsi.

La telepatia, questa telepatia contemporanea, non è un progresso. Non è un dialogo. E' solo un rumore di fondo in cui nessuno pensa davvero. E' solo rumore, rumore e ancora rumore.

Urla. Come quelle delle vittime di una totale assenza di empatia.

Forse è questo il contrario di buonismo.

Un ripasso. Il termine "buonismo" è un neologismo introdotto nell'ambito del giornalismo con riferimento al mondo politico, e ha avuto una stagione di particolare popolarità negli anni 90, di pari passo con il cammino mediatico di Walter Veltroni. Per "buonismo" si intende(va) una forma di ipocrisia. Cioè "fare i buoni senza esserlo", addomesticando modi e termini, ma mantenendo scelte difformi. Oggi, il famigerato "buonismo" è usato per ribattere a chiunque faccia notare che un comportamento è violento, incivile, sbagliato, magari anche illegale. Roberto Saviano e tanti con lui, in questi giorni si sono chiesti "se questo è buonismo, come si chiama il suo contrario"? Aggiungerei: se dico che un determinato atto è incivile, dandomi del buonista... mi stai dando praticamente dell'ipocrita? Perché questo sarebbe il significato di "buonista", un "finto-buono". Stai dicendo che in realtà io la penso come te, che fingo soltanto di essere diverso? Se è così, ignoro su cosa si basi questa certezza. Dobbiamo ancora trovare una risposta (e una parola) da contrapporre al "buonismo" usato in accezioni come questa. 

Come classificare chi buonista non è? Figaggine della malvagità? Fierezza della volgarità e del proprio essere bulli (o plaudenti nei confronti dei bulli)? Forse la parola giusta suona desueta a qualcuno, ma io a questo punto la riadotterei. Li chiamerei "fascisti", anche se pensano di non esserlo. Come quando fascista era sinonimo di arrogante, picchiatore, prevaricatore. Se preferiscono un vocabolo diverso... ci sono tante parolacce tra cui scegliere. Non credo che la parola si possa cercare altrove.